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Ectotropic Indio
Beve l'erba rituale con calma. Tamburi suonano sullo sfondo del suo cervello, lo spingono a cacciare con il loro ritmo martellante. Tamburi attorno a lui, ricalcano il timbro del cuore.
(ogni figlio dell’uomo ha un cuore)
Ha già fatto le abluzioni in riva al lago sacro, il suo lago sacro col bordo di vetrochina bianca. Ha sentito l’acqua fredda e si è lavato con calma, godendosi ogni brivido. Ogni cacciatore deve essere forte. Ogni cacciatore deve saper affrontare il disagio, come insegnano gli sciamani e gli addetti alla fresa meccanica. Per sopportare il disagio bisogna pensare al beneficio e al piacere che ne seguirà. I rituali servono proprio a questo: prima le fredde abluzioni, poi il caldo mate a rinfrancare lo spirito. Prima l’inseguimento, la fatica, la fame e la sete, poi la gioia del pasto. Prima la vita coi suoi affanni, i suoi dolori, le sue insoddisfazioni, poi la morte: la felicità del riposo, giacere nella terra. Nutrire la jungla, che è come nutrire i figli, dare alle generazioni future quel che abbiamo ricevuto dai nostri avi.
Alza gli occhi dalla tisana di mate. Tutt’attorno a lui stanno continuando a suonare.
Ci sono cose che gli umani non possono spiegare, emozioni per cui non sono sufficienti né il racconto, né le lacrime, né la poesia: per questo hanno inventato i tamburi. Stanno lì a rappresentare i cuori della tribù che battono all’unisono con il suo.
L’infuso di mate andrebbe bevuto in una zucca svuotata, suggendolo con una cannuccia, ma lui non ha né l’una né l’altra. Per filtrare i pezzi di foglia usa i baffi. Stringe tra le mani una tazza di terracotta con scritto sopra LUPO ALBERTO, e il disegno di un lupo dal pelo turchino con gli occhi gialli e tondi come quelli dei pesci Mau Mau. Il lupo è il suo animale sacro, suo guardiano e amico. Buon auspicio.
Con l’ultimo sorso di mate tira giù per la gola anche le foglie sminuzzate. Si alza in piedi e i tamburi aumentano il ritmo. Fissa il vuoto davanti a sé. Sta osservando tutto l’incedere della realtà. Coglie vita e morte allo stesso tempo. Tiene gli occhi aperti per vedere, ma non guarda. Si sposta a piedi nudi sul terriccio freddo delle piastrelle della cucina. Scosta le fronde e trova il tasto per aprire il cancello elettrico. Si volta e osserva la tribù. Potrebbe essere l’ultima volta che lo fa, la caccia è rischiosa. Il giovane sciamano sudamericano, Cavalera, gli fa segno con la mano alzata, sorridendo dal vecchio poster dei Sepoltura.
Schiaccia il pulsante e apre il cancello. La caccia inizia.
Esce e salta dietro a una macchina come un felino. C’è un cielo grigio e freddo sopra di lui, pesante come il destino. Una vecchia lo guarda cattiva dall’alto di un balcone, poi riprende a stendere i panni. Lui si muove cercando di non farsi notare. Ci sono animali pericolosi nella jungla, la tigre che travolge i figli dell’uomo con lo stridore dei suoi denti, mentre frena; il cobra reale col manganello pregno di veleno e la pistola tonante; il boa, forte delle sue spire con le sbarre d’acciaio.
Attraversa tutto il viale, attento. Alcuni insetti gli ronzano attorno ogni volta che si ferma, quando si acquatta dietro i cespugli o quando pesca acqua dai rigagnoli e la beve dall’incavo delle mani. La tribù, intanto, sta continuando a suonare i tamburi, ne è sicuro, li sente nel sangue.
Arriva alla fine del viale, oltre la coltre di liane marroni e verdi, e si arrampica su un albero.
(non sono così distanti gli anni in cui i suoi antenati saltavano di ramo in ramo, coi piedi uguali alle mani)
Guarda il suo obbiettivo, il branco di prede nutrienti e ben pasciute. Esse giacciono immobili nella loro tana, forse dormono. Sorride sornione: non possono aspettarsi il suo assalto. Sente le ghiandole contrarsi e nuova saliva nella sua bocca. Fame, grida il suo corpo, fame. No, si dice lui, devo aspettare. Un buon cacciatore aspetta, calmo. È quel che abbiamo imparato dal veloce giaguaro e dal feroce coccodrillo.
Rimane immobile per ore, sull’albero, cambiando posizione di tanto in tanto, lentamente, per non avere i crampi. Nessuno lo vede, perfettamente mimetizzato. Solo i quadrupedi al guinzaglio, dal fiuto portentoso, quando passano sotto di lui alzano lo sguardo e ringhiano. I loro padroni li ignorano e li strattonano perché vadano innanzi. Quei padroni non sono cacciatori, sono a malapena uomini.
Il sole inizia a scendere: i suoi sensi si fanno più acuti. Nervi tesi. Nella tana sono rimaste solo le prede e un tizio grasso con un grembiule bianco. E’ ora. Scaccia la paura, sente nelle orecchie il suo cuore che batte, il suo tamburo personale.
Gli occhi spiritati, entra nella tana col coltello in pugno lanciando il suo ululato di guerra. L’uomo col grembiule scappa urlando. Il cacciatore è rapido come un artigiano. Salta oltre il bancone, slega il sacco dal perizoma e ci butta dentro le prede. Cannoncini al cioccolato, i preferiti del capo villaggio. Babbà, tortine, bignè alla crema e al rum, maritozzi colanti di liquore. Si guarda attorno. Tutto tranquillo. Fuori dalla vetrina, i branchi di automobili continuano a sfilare tra gli alberi. Anche le insegne luminose sono mansuete, sporgono dal fogliame come richiami per le femmine.
Torna a casa, la sua tribù lo sta aspettando. Fuori dalla porta lo saluta il poster di MR. CROCODILE DUNDEE, l’ha appeso lì apposta. Aveva ragione sui tamburi: non hanno mai smesso di suonarli, e probabilmente non smetteranno mai.
Racconto in licenza CC italia 2.5 (attribuzione , non commerciale, non opere derivate)
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