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Storiella da Febbre numero ventuno

“Scendi, dai!”, disse lui, e le aprì la porta dalla macchina sforzandosi di sorridere. Lei lo guardò: era alto, i denti rifatti, lo sguardo crucciato. Parlava poco, in quel periodo; e parlava veloce. Sembrava teso verso qualcosa di misterioso, una meta o un sogno, qualcosa d'invisibile. Negli anni s’era un po’ stempiato. Aveva sorriso sempre di meno. C'era stata anche la rissa, tra l'altro, la rissa dove gli avevano cambiato i connotati. Due operazioni, il dentista pagato una fortuna, il processo ancora in corso.

“Che aspetti, che aspetti? Siamo in ritardo”, la esortava; e lei non l'amava (sapeva con certezza di non amarlo). Con altrettanta certezza sapeva anche di non poter fare a meno di lui. Nemmeno riusciva a concepirla, una vita senza quell’uomo. Del resto non era abituata a pensare, non era una persona razionale,: finiva sempre per vivere le situazioni come se ce l'avessero calata dall'alto.

Lui le aveva comprato il bel vestito con le paillettes e gliel’aveva fatto indossare quella sera (l'unico regalo da quando l'aveva conosciuto). Era un vestito incredibilmente corto, che lasciava cosce e spalle scoperte. S'era guardata allo specchio per un po', prima di uscire. Dimostrava dieci anni di meno. Ancora bella, coi fianchi sodi. Alle superiori aveva vinto diverse gare di atletica. Le pareva d'essere una russa, slanciata, col rossetto scuro provocante e il fondotinta a nascondere i difetti della pelle.

“Scendi,” insisté lui con una gentilezza strana “ci stanno aspettando.”

Erano in mezzo alla grande città, dove lei non era mai stata. Non in centro, però: i palazzi attorno erano enormi monoliti di cemento sporco. La strada a quattro corsie non era fatta per camminarci, e le aiuole spoglie servivano solo a dividere le corsie, non a rallegrare la vista.

“Dove siamo?”

Lui si tolse la giacca e gliela pose sulle spalle. Disse: “Sta salendo il freddo”.

Nessuno in giro, in quel posto e a quell'ora. S'infilarono in un intrico di vicoli dove non c'era spazio nemmeno per i bidoni della spazzatura, e la gente ammucchiava i sacchetti neri accanto alle porte. Una vecchia li guardava da un balcone con le ringhiera scurita di ruggine.

Arrivarono di fronte ad un locale con le insegne al neon. Due buttafuori di colore erano immobili davanti all'ingresso. Puzzavano di spezie e cipolla. Lei si rifiutò di entrare: “Dimmi almeno dove mi porti!”

Lui sbuffò, rabbrividì e disse: “Andiamo. Ti faccio conoscere delle persone.”

“Ma...”

“Non farmi fare brutte figure. C'è da fare dei bei soldi. Abbiamo bisogni di soldi, no?”

“Cosa devo fare...?”

“Fai quello che ti dico. Non farmi fare brutte figure.”

“Ma chi incontriamo?”

“Un amico. Un algerino. Non lo conosci...” il suo sguardo si fece gelido “sarà ora che fai qualcosa anche tu, no? Mica posso guadagnare sempre io.”

“Non capisco...”

“Non devi capire un cazzo. Fammi fare bella figura e non rovinare tutto. Guarda che se rovini tutto non ti perdono, chiaro? Se rovini tutto ti lascio in mezzo alla strada. E se resti da sola con lui, fa quello che ti dice. Tutto quello che ti dice. Non fare la schizzinosa.”

[Foto CC-by-nc-sh: shimon]

Dalla "Dichiarazione programmatica delle Storielle da Febbre":


È l’osservatore ad attribuirci un significato: ogni senso trovato è giusto e perfetto, e ci fa un gran bene.>

 

 


Pubblicato in cartaceo presso:
rivista Kronstadt; numero 30

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