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Una sega in un cesso /Storiella da Febbre numero ventinove

Ci sono delle incrostazioni nel cesso. Ne rovinano l’armonia: rovinano la sua purezza claustrofobica. Voglio dire, quando sono entrato ho visto la stanza linda. Odorava di disinfettante e non c’era nemmeno uno sputo sullo specchio. Il pavimento di linoleum nerastro, lucido di scopettone appena passato. M’ero sentito un alieno. Non che mi faccia schifo, un cesso pulito. Soltanto mi disorienta un po’. Ho cambiato idea subito dopo essere entrato nella cabina con il water. Eccole lì, le tipiche strisciate marroni e sottili sul bianco latteo della ceramica. Merda umana rinsecchita.


Qualcun altro è stato qui dentro prima di me, qualche altro essere umano, qualcosa di biologico, qualcosa che emette odori e fiato... magari una donna, una femmina. Già la vedo, con le mutande giù fino alle caviglie, seduta su quello stesso cesso, col suo sesso peloso all’aria. Vedo i suoi capelli neri, lunghi, la camicetta sottile. Sento correre la sua mente, avvolta dall’intimità e dal profumo delle sue feci. I pensieri che si spogliano di logica e di civiltà, vengono fuori nudi, urlanti. Le spingono la mano fra le gambe. Sono eccitato anch’io. Mi spoglio senza riflettere, inalo con gusto quel che resta del suo profumo. Eccola: la mano sinistra premuta tra le cosce. Inizia ad andare su e giù. Si sorprende di trovarsi così umida, così pronta.


Sono pronto anch’io. Inizio ad accarezzarmi.


La sua mano destra si stringe il ventre. Non ha vergogna, è da sola, si lascia andare. L’unico vincolo è non fiatare, non ansimare troppo, non farsi sentire. Ho ben presente come si masturbano le donne. Alcune le ho spiate, violando la loro intimità -altre invece l'hanno fatto davanti a me, voluttuose e spregiudicate, solo per deliziare i miei occhi.

Lei è stata qui, seduta, dondolando il bacino avanti e indietro, guardando di sfuggita le dita scomparire, inghiottite dal suo corpo avido. Io la sto guardando, sono in piedi davanti a lei. Sposta una mano sul petto, scostando un bottone della camicetta, scocciata per un istante dall’impedimento tra le sue dita e la pelle calda dei seni. Si sfrega con forza, e con altrettanta forza la seguo. So a cosa pensava: sperava ad un uomo, lo vedeva entrare in bagno.

Immaginava me, vividamente come io ora immagino lei. Immaginava me, un uomo pronto a possederla. Lei si sarebbe alzata in piedi – eccola, si alza – e mi avrebbe voltato le spalle, offrendomi il sesso. Si sta masturbando in piedi, il piacere le fa quasi cedere le ginocchia. Anche io, come lei, sto attento a non fare rumore. E’ inutile, lo so, se qualcuno arrivasse in questi cessi sentirebbe comunque il mio respiro spezzato. Ma lei non può certo fermarsi adesso (e io nemmeno), e così pensa che, in fondo, anche se qualcuno la sentisse non ci sarebbe nulla di cui vergognarsi. Lo penso anch’io. Gode, sta godendo, si soddisfa. Essere presa da un maschio sconosciuto, in quel modo, col solo bisogno di uno sguardo. Godo anche io.


Non l’ho incontrata per poco. Credo una manciata di minuti. Se solo fossi entrato qui un po’ prima…


Poi penso, asciugandomi le dita: mi sono masturbato in un cesso.


Un cesso dove può entrare chiunque.


Magari, prima, non c’è stata la donna che pensavo io. C’è stato un obeso con le ascelle sudate. Ma non è importante – ci ho visto lei, coi suoi capelli e i suoi seni: questo è importante. Quando sarò a casa scoprirò se masturbarmi è stato sufficiente, o se la mia testa ha ancora qualcosa da dire. Se ci sarà qualcosa da dire, uscirà dalle dita anziché dal mio sesso. Finirà su una tastiera e macchiare di nero un foglio bianco anziché colare come seme bianco sul pavimento scuro.


Le ragioni? Come se fossero tante. Perché lo faccio? Come se uno, razionalmente, freddamente, decidesse di farlo. Non posso fare diversamente da così. La realtà non è abbastanza, la realtà non è sufficiente. Cerco qualcosa di più –creo con la testa un’altra realtà. Faccio arte. Cerco gli estremi in tutti gli angoli della mia vita, combatto per vivere e fruire ogni momento. Finisce che indosso con disinvoltura giacca e cravatta, così come gli abiti in pelle o gli stracci da pezzente. Ma che differenza c’è tra me ed il grigio avvocato che di notte si fa frustare in un pulcioso locale per scambisti? Che io lo faccio per istinto, senza recitare, che riesco ad essere due, tre, cento persone alla volta senza sentire alcun conflitto. Sento solo una cacofonia di voci confuse, come a dire: la realtà non ha senso. Goditela come un giullare rubicondo.

[Foto CC-by-nc-sh: drewjcheney]

Dalla "Dichiarazione programmatica delle Storielle da Febbre":

<La nostra brevità è la nostra personalità. Solitamente non occupiamo più di un foglio [...]. Tendiamo anche a non avere un nome [...].

È l’osservatore ad attribuirci un significato: ogni senso trovato è giusto e perfetto, e ci fa un gran bene.>

 


Pubblicato anche presso:
lettura (riadattata) allo slam poetico tenutosi all'Osteria Lettararia Sottovento, a Pavia, nel marzo 2007

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