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Crescita /Storiella da Febbre numero ventidue
Beve come una spugna, visto che tanto c’è da bere gratis: festa studentesca dov’è capitato per caso. Ubriaco, dunque. Vagamente s’accorge che gli altri lo prendono per il culo, ma ormai non è più lui, dunque non gliene ne importa molto. Dovrebbe star zitto, e invece parla e argomenta discorsi sconclusionati; l’ironia è che sta tentando, proprio con quei discorsi, di convincere gli altri della sua sobrietà e di avere ancora la situazione sotto controllo.
Troppo tardi capisce d’essersi perso. La città un labirinto. Non riesce a focalizzare la strada per andare... la strada per... per dove? Non lo sa. Non sa dove andare. Così cammina per non morire nell'aria fredda finché non crolla a terra, vinto da se stesso. Quando si alza è sporco. La mattina gli è tutto intorno; per fortuna s’è addormentato in un punto riparato, dietro un bidone per la raccolta differenziata, e nessuno l’ha visto. Cammina senza aver ben chiaro il da farsi. Ha freddo. Sta male. Trova una fermata del numero 3 e s’accorge di voler tornare a casa. Aspetta seduto per terra e poi sale sul bus insieme ad una massa vociante di ragazzini. Andranno a scuola, loro. Dopo qualche curva, pur sforzandosi di trattenersi, vomita. Bile per lo più, nulla di solido. Pensa: pace in terra agli uomini di buona volontà. Un tizio chiama l'autista e dice: "Autista! C'è un signore che sta male!" Lui, le mani premute sullo stomaco, la bocca storta, dice: "Cazzo vuoi, tu? Lasciami arrivare alla mia fermata”, e poi guarda il tizio. Il tizio desiste dal chiamare l’autista una seconda volta e lui se ne compiace. In quel preciso momento s’accorge di non essere più un ragazzo. Riflette. Ha sentito la parola signore, proprio così. Un signore che sta male. Non un ragazzo. Capisce di essere invecchiato. Si sente consistente, finalmente. Un signore, un uomo, dunque!
Dalla "Dichiarazione programmatica delle Storielle da Febbre": <La nostra brevità è la nostra personalità. Solitamente non occupiamo più di un foglio [...]. Tendiamo anche a non avere un nome [...].È l’osservatore ad attribuirci un significato: ogni senso trovato è giusto e perfetto, e ci fa un gran bene.>
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