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Sushi/ Storiella da Febbre numero tredici |
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Sushi/ Storiella da Febbre numero tredici L'affare con la Tunisia era saltato. Tutti i miei sogni degli ultimi mesi erano andati in troie. Loro, cioè quelli là, non volevano un traduttore. O meglio non volevano me, come traduttore, e avevano preferito assumere qualcun altro. Il che significava che non sapevano quanto valevo davvero, e per me significava niente Tunisia; e ne conseguiva che: uno, sarei rimasto bloccato a lavorare come una scimmia al supermercato per chissà quanto ancora; due, avevo accumulato dentro di me una grossa massa di rabbia e merda nera indurita. Per sbollire il nervoso passai le ultime dodici ore dentro il supermercato: sei in cassa, due in magazzino e quattro di straordinario nel parcheggio a scaricare i bancali. Finii il turno distrutto e rammaricato. A fine giornata, bestemmiavo tirando in ballo non solo i Santi e la Madonna, ma anche Huwa el-Haqq e el-Awwal wa'l-Akir.
Quel giorno uscii dal supermercato con diverse dosi di sushi. Gratis, ovviamente. Tutti gli addetti del supermercato rubavano qualcosa. Ma non era proprio rubare, in effetti; ci limitavamo a prendere frutta, verdura, carne, i prodotti di gastronomia... prodotti ancora buoni che però il giorno dopo non si sarebbero potuti rimettere sugli scaffali. Il sushi può stare sul banco uno giorno solo, perché è fatto col riso e col pesce crudo, ma a sera è ancora buono. Mi piace tantissimo il sushi.
Appena fuori, nel parcheggio sul retro, tirai dritto verso la mia macchina. Lì vidi il vagabondo.
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S'era rintanato tra due mucchi di bancali rotti, aveva steso per terra un cartone unto da imballaggio alimentare, e stava seduto con le chiappe per terra. Era uno straccione avvolto in un cappotto militare sbrindellato. Accanto aveva un borsa di plastica piena di cianfrusaglie e un tascapane grigio di polvere. Restai fermo qualche secondo a guardarlo. Lui mi accennò un sorriso, poi tornò a guardare in basso. Il vento mi ricordò gentilmente che avevo due belle chiazze di sudore non asciugato sotto le ascelle, due chiazze enormi di fatica colata fin lungo i fianchi. Gli andai incontro e lui continuò a non guardarmi. Quando gli fui di fronte mi sedetti a gambe incrociate, con calma studiata di samurai, badando di evitare una grossa macchia d'olio nero. Appena seduto dissi: – Disturbo? –, e il vagabondo mi scrutò perplesso. Poi fece un gesto da padrone di casa con la mano, come dire “ma suvvia, si figuri!”, e io gli vidi le dita lunghe e sporche. Poteva avere la mia età. Forse era un po' più vecchio, ma non di tanto. La barba era ispida e molto ricciuta, nera; neanche troppo folta, adesso che penso. La faccia era dura, magra, sembrava volersi rannicchiare verso se stessa. Misurando lentamente i gesti, posai la borsa fra me ed il vagabondo. Tirai fuori le scatolette di sushi: maki e nigiri di pesci differenti. Le disposi con cura, a due due, cosicché ognuno si trovasse davanti la stessa razione. Neanche a farlo apposta, avevo preso due confezioni per ogni pietanza. Il vagabondo mi guardò. Sembrava diffidente più che altro per posa. Ma avevo visto come si erano allargati i suoi occhi mentre gli posavo il cibo davanti. – Sushi – disse con una voce calda e roca. Sushi: fu l'unica parola che riuscii a strappagli. Ma la disse lentamente, gustandosi il suono delle due sillabe, come avesse detto qualcosa di sacro; o il nome di sua figlia, o il nome di un rifugio. Gli porsi le bacchette, e lui le prese. Anche io ne avevo un paio, ovviamente, più un'altra mezza dozzina nella tasca interna della giacca. Non ha senso mangiare il sushi senza bacchette, salsa di soia e salsa wasabi. Avevo anche quelle: altro gentile omaggio del supermercato che mi aveva rubato tante ore di vita. Mangiammo sotto la luce dei lampioni del parcheggio. Stavo bene. Mi sentivo buono. Respirai a pieni polmoni: l'aria mi sembrò a posto, piena di una vita sua. Anche il vagabondo sembrava parecchio soddisfatto. Raccolsi le scatolette per buttarle via. Le salse me le misi in tasca, che ce n'era a sufficienza per diversi spuntini. Non mi piace sprecare la roba. Dissi: – Mi dispiace solo di non avere del saké. A quelle parole un largo, sincero sorriso si allargò sul volto scuro del vagabondo. Frugò nel suo tascapane e tirò fuori una bottiglia di Johnny Walker, tutto sommato in buone condizioni. Me la porse, io la presi e ne bevvi. È il mio whisky preferito. Mi ci sciacquai bene la bocca prima di mandarlo giù, godendomi appieno la sensazione di caldo torpore mentre lo sentivo colarmi nelle budella. Anche il vagabondo ne bevve, ma prima di farlo alzò la bottiglia verso di me, in segno di buon augurio. Respirai ancora un po' per sentire il silenzio. Il brusio della città in lontananza sembrava venire da un altro mondo. Qualcosa di estraneo, effimero e temporaneo; qualcosa senza relazioni con lo spazio che si era creato fra i due mucchi di bancali. Il sudore mi si era asciugato. Ero sazio. Vedevo la Tunisia come una possibilità lontana. Sentivo che il mondo, Gesù, la Madonna, Huwa el-Haqq e el-Awwal wa'l-Akir sarebbero andati per la loro strada; e che ci andassero pure! Tanto io me ne sarei andato per la mia. E che buono che era, quel sushi! Mi scappava di pisciare. Mi ricordai che dovevo tornare a casa e farmi una doccia. E poi dormire. E poi mandare in giro altri curriculum, nella speranza di non invecchiare lavorando al supermercato. Prima che me ne andassi, il vagabondo si prodigò in un un lungo, elegante inchino. Senza alzarsi s'intende. Si piegò fino a toccare il cartone con la fronte, allargando le braccia col gomito ad angolo retto. Io mi limitai a salutarlo con un cenno, ma mentre aprivo lo sportello della macchina mi veniva quasi da piangere. Non riuscivo a capire perché.
Dalla "Dichiarazione programmatica delle Storielle da Febbre": La
nostra brevità è la nostra personalità. Solitamente non occupiamo più
di un foglio [...]. Tendiamo anche a non avere un
nome [...]. [foto CC-by-nc-sa: mastrobiggo, moniqz]
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