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Vivere a Hong Kong (Cellulare) /2

04/12/2008

 

 

Vivere a Hong Kong (Cellulare) /2

 

 Avevo perso il cellulare un sabato notte, e con esso la mia preziosa rubrica telefonica. Il lunedi' successivo sono andato a comprarne uno nuovo. Sono solito smarrire il cellulare con una certa frequenza ~ricordo con piacere quella volta che nel 2006 il mio cellulare venne sepolto dal trattore che rivolta la sabbia sulla spiaggia, la mattina presto, insieme ai rifiuti dei bagordi notturni.

 I miei cellulari sono sempre economici. Sia perche' so che li perdo, sia perche' da buon ingegnere  uso il telefono solo per chiamare la gente o inviare/ricevere messaggi. Il resto della tecnologia la tengo segregata in strumenti diversi (aspettando il prossimo avvento delle strumento definitivo... e' solo questione di qualche anno).

 

 Lunedi' mattina mi ritrovo a Wan Chai: devo passare all'ambasciata del Vietnam per ritirare un visto. Soltanto lungo il tragitto che dall'uscita della metropolitana mi porta fino all'ambasciata (al 220 di Wan Chai Road), conto ben quattro negozi di telefonia mobile. I primi due li evito come la peste: sono grandi, puliti, espongono con orgoglio gli ultimi modelli nelle vetrine. Le commesse all'interno sono truccatissime, con la messa in piega perfetta, i tacchi e il tailleur sobrio delle manager. No. Non fa per me. Per pignoleria controllo comunque i prezzi in vetrina, e le offerte. No, non ci siamo.

 Gli altri due negozi sono migliori. Gente alla mano: quando dico che voglio il telefono piu' economico che hanno, mi sorridono e mi mostrano dei vecchi modelli scassati Nokia e Motorola. Perfetto. But business is business, specialmente a Hong Kong, quindi annoto mentalmente le loro offerte e vado avanti.

 Finche' non trovo quel che cercavo in una traversa poco frequentata.

 Il negozio definitivo.

 Non lo si puo' nemmeno chiamare negozio: e' poco piu' di un banchetto incassato nella rientranza di un muro, incastonato come una brutta gemma di bigiotteria zingara tra l'uscita di un parcheggio e l'ingresso di un palazzo. Lo spazio e' il minimo indispensabile per farci stare una specie di armadio pieno di telefoni e la sedia dell'unica commessa (proprietaria?). Non si puo' entrare nel negozio, perche' il negozio non esiste fisicamente: ti appoggi alla scrivania che sporge sul marciapiede, ed e' sufficiente.

 

 "Hi, I'd like to buy a mobile."

 La donna mi guarda. E' giovane, pulita, ha una camicietta bianca. Non e' professionale come le sue colleghe dei negozi fichi, ma sembra comunque dignitosa ed onesta.

 "I said I want to buy a cell phone. This one is good!", e  nei ndico uno in offerta, esposto direttamente sulla scrivania. E' un Nokia di quelli grossi -da noi si usavano quattro o cinque anni fa', e gia' allora erano economici. Me lo posso portare via quasi per niente.

 Attendo la risposta, sorridendo.

 

 La risposta non arriva. La donna abbassa lo sguardo, in silenzio.

 "This one is good. I want this one..."

 La donna alla fine alza la testa, mi guarda negli occhi, e con voce molto mesta e bassa dice:

 "No."

 "Are you kiddin' me?"

 Silenzio. Io inizio a sentirmi imbarazzato. La sua reazione semplicemente non ha senso. Mi guardo attorno. La strada e' deserta. Vedo la massa di pedoni sfliare lungo il marciapiede della strada principale, Wan Chai Road, ma sono troppo distanti.

 "What's wrong with you?"

 La donna tace e continua a non guardarmi.

 Tiro fuori i soldi, indico il cellulare, insceno una pantomima credibile: io ti do i soldi, tu mi dai il cellulare. Lei alza gli occhi di sfuggita, tiene sempre la testa bassa.

 Alla fine, incazzato, dico:

 "So you don't speak english? Eh?"

 "No."

 "Here is the cash! Look at me! Even if you don't understand... business! Business!"

 Non funziona. Non fa niente. Non mi guarda, non prende i soldi. Niente.

 

 Alla fine me ne vado incazzato. Ho trovato comunque un cellulare a poco prezzo da un'altra parte.

 Ma qual e' la morale della storia? Semplice. Come sono diversi da noi! Quella donna era in preda al panico. Non sapeva cosa fare, era quasi terrorizzata. Non parlava inglese, non capiva, e forse se ne vergognava... o in ogni caso: la sua mente era completamente andata a massa di fronte all'imprevisto di un cliente straniero. Ma siamo a Hong Kong! Non dovrebbe essere cosi strano... a meno di non vendere cellulari che di solito comprano solo i cinesi  della classe operaia, forse. Ma il suo mestiere non e' comunque vendere...? Un italiano al suo posto sarebbe riuscito perfettamente non solo a vendere il cellulare ad uno straniero di cui ingorava la lingua, ma anche a ciularlo sul prezzo.

 Questo non perche' noi siamo migliori, sia chiaro... non ha senso valutare due culture sulla base di un aneddoto stupido.

 Pero' fa pensare.

 I don't speak english, bastava dicesse questo. Invece silenzio. E la prima parola pronunciata e' no, come se rispondesse a una domanda. Con lo stesso imbarazzo infantile di un bambino che si trova a non saper rispondere alla domanda di un adulto: in silenzio, e sguardo basso dondnolando il piede.

 

 

 

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