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La stessa poverta' nera.08/12/2008 |
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La stessa poverta' nera.
Le strade erano piene di una razza d'uomini nuova e differente, bassi di statura, dall'aspetto trasandato, o gonfi di birra. Viaggiammo attraverso chilometri di mattoni e squallore, e da ogni strada e vicolo baluginavano immagini di mattoni e miseria. Qui e la' barcollavano un uomo o una donna ubriachi, l'aria riempita spudoratamente dalle grida e dai rumori dei litigi. In un mercato, vecchi e vecchie vacillanti andavano cercando patate marce, piselli, e verdure frugando nell'immondizia ammucchiata nel fango, mentre i bambini si raggruppavano come mosche attorno a una massa gelatinosa in suppurazione, ficcando le braccia fino alle spalle nella putredine, e pescando dei bocconi marci solo in parte, che si ficcavano in bocca immediatamente.
- - -
C'erano sette stanze in quello scherzo chiamato casa. In sei delle stanze, oltre venti persone, di ambo i sessi e di tutte le eta', cucinavano, mangivano, dormivano e lavoravano. Le stanze erano due metri e mezzo per due metri e mezzo, o appena piu'. Entrammo nella settima. Era la tana dove cinque uomini 'sudavano'. Misurava due metri in larghezza e poco meno di due e mezzo in lunghezza, e il tavolo da lavoro occupava gran parte dello spazio. [...] per gli uomini c'era posto appena per lavorare in piedi. [... nota: si tratta di una stanza dove i lavoratori risuolano le scarpe; per fare piu' in fretta, i lavoratori tengono i chiodi in bocca]
“E poi lavoriamo dodici, tredici, o quattordici ore al giornio piu' in fretta che possiamo. [...] Sputi fuori i chiodi dalla bocca come se fossi una macchina. Guarda la mia bocca.”
La guardai. I denti erano consumati dall'attrito costante del metallo, marci e neri come il carbone.
“Io me li lavo, i denti”, aggiunse “altrimenti sarebbero messi ancora peggio”.
- - -
Stiamo parlando di Londra; non di Citta' del Messico. Di Londra, la nostra Londra in Europa... ad inizio secolo, ovviamente. Le parole sono di Jack London, tratta dal suo bellissimo People of the
Abyss. Un viaggio nel malfamato East End, dove vivono i disgraziati. E adesso, a distanza di cento anni, ci si propongono situazioni diverse? Assolutamente no. Le stesse descrizioni calzano ancora perfettamente -ovviamente in luoghi differenti. Le stesse vite disgraziate si propagano, e le periferie-inferno si sono moltiplicate a dismisura anziche' scomparire. Si sono moltiplicate a ritmo industriale.
Certo, a scuola ci avevano
insegnato che gli operai fin dalla prima industrializzazione vivevano in
condizioni di poverta' disumane, abbruttiti da un lavoro pesantissimo
che di fatto, anche se non sulla carta, li rendeva schiavi. Eppure
e' stata una doccia fredda (fredda e stimolante) leggere le vivide
descrizioni che ho tradotto e incollato all'inizio del post. C'e' un parallelo di orrore senza fine: un ponte che parte da quell'umanita' bestiale ed affamata ed arriva fino ad oggi, oggi, proprio oggi, di fronte alla stessa umanita' bestiale ed affamata. Globalizzazione e poverta'. Diamo magari per scontato che queste immagini appartengano piu' che altro al nostro tempo: slums e agglomerati urbani dove i poveri si ammassano, si intrappolano, nelle baraccopoli di Kathmandu come in certe baracche alla periferia delle citta' europee... "romeni ammassati come pelati in barattoli", per citare Caparezza (2008)... a braccetto con Jack London (1903).
:-(
- - - Il testo da cui sono presi i due brani a inizio pagina giace qui. Divertitevi pure a criticare le mie scelte nella traduzione:
The streets were filled with with a new and different race of people, short of stature, and of wretched or beer sodden appearance. We rolled along through miles of bricks and squalor, and from each cross street and alley flashed long vistas of brick and misery. Here and here lurched a drunken man or woman, and the air was obscene with sounds of jangling and squabbling. At a market, tottery old men and women were searching in the garbage thrown in the mud for rotten potatoes, beans, and vegetables, while little children clustered like flies around a festering mass of fluid, thrusting their arms to the shoulders into the liquid corruption, and drawing forth morsels, but partially decaded, which they devoured on the spot.
There were seven room in this abomination called a house. In six of the rooms, twenty-odd people, of both sexes and all ages, cooked, ate, slept, and worked. In size the rooms averaged eight feet by eight, or possibly nine. The seventh room we entered. It was the den in which five men 'sweated'. It was seven feet wide by eight long, and the table at which the work was performed took up the major portion of the space. [...] there was barely room for the men to stand at their work [... nota: si tratta di una stanza dove i lavoratori risuolano le scarpe; per fare piu' in fretta, i lavoratori tengono I chiodi in bocca]
“An' then we work twelve, thirteen, and fourteen hours a day, just as fast as we can. [...] tacks flyin' out out your mouth like from a machine. Look at my mouth.”
I looked. The teeth were worn down by the constant friction of metallic brads, while they were coal-black and rotten.
“I clean my teeth”, he added, “else they'd be worse”.
[foto CC-by-nc-sa: Desrt Dan] [foto CC-by-nc-sa: Real00]
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