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NordViet Notes /1

 

 (premessa + Hanoi: l'impatto)


 Premessa:
 Il Vietnam mi e' arrivato nel cervello quando ero bambino.

 Ho visto troppi film sul Vietnam durante gli anni '80, quando i registi USA stavano digerendo e rielaborando la guerra. Platoon, Hamburger Hill, Nato il 4 luglio,  Apocalypse Now, Full Metal Jacket (da ragazzino sapevo a memoria gli insulti del sergente istruttore Hartman). Quindi Laos, Cambogia, Thailandia, Sumatra, Malesia... erano posti che avevo sentito soltanto nominare. Idee lontane, esotiche, ma completamente sconosciute.

 Il Vietnam invece era qualcosa di piu'. Il Vietnam era una chiave: un luogo mitico, sacro, un posto da avventurieri. E' colpa di quei bravi registi statunitensi, come ho gia' detto: guardavo i loro film a bocca aperta, incantato, e sognavo. Quello che ti si incunea fra i neuroni nell'infanzia, che tu voglia o no te lo porti dietro per sempre.


 Il mio soggiorno in Vietnam e' stato relativamente breve. Ho preferito focalizzarmi su pochi posti e starci a lungo, piuttosto che concentrare tante tappe in poco tempo. Ho preso appunti con la penna scroccata alla Hong Kong Airlines, e questo e' quel che ne risulta.


 Hanoi: l'impatto.
 Vai in Vietnam e ti aspetti di trovare una poverta' nera, un miliardo di motorette che  sgasano ovunque (mani sempre sui clacson) senza badare ad alcuna regola stradale. Vai in Vietnam e ti aspetti di trovare gente chiassosa, perennemente in ciabatte, intenta a vivere per strada: vendere, cucinare, mangiare, lavorare, chiacchierare, trasportare cesti di riso o frutta.

 In effetti, e' cosi'.


 La prima cosa che fai quando arrivi da qualche parte, e' spostarti. Gironzolare per guardarti attorno o raggiungere l'ostello/albergo/casa di amico. Quindi il primo impatto che hai sono le strade.

 Sono arrivato ad Hanoi che era gia' buio. L'impatto con la citta' e' stato forte e sanguigno. Le strade sono strette e sporche, la spazzatura si ammucchia negli angoli. Il suono dei clacson e' una costante. Alcuni mezzi hanno installato dei clacson che suonano un motivetto, oppure suonano a ripetizione con un solo tocco (credo per risparmiarsi la fatica!). Il rumore del traffico si insinua persino dentro la cattedrale di St. Joseph, con tutte le porte chiuse. E' una chiesa grande, col rosone e tutto il resto, costruita nell'Ottocento secondo i crismi dell'edilizia cattolica europea. Eppure anche stando in piedi nella penombra della navata centrale, con le narici piene dell'odore dell'incenso, non mi illudevo di sentirmi in Europa. Il casino del traffico all'esterno mi ricordava costantemente dove mi trovavo.

 

 Secondo un vecchio tedesco con cui ho parlato a Cát Bà Island, la mancanza di regole nel traffico e' essenziale ad Hanoi.
"Ci sono dodici milioni di persone in quella citta'," mi ha detto "e quattro milioni di motorbikes. Adesso alcuni cittadini iniziano a potersene permettere due: una per andare al lavoro e una per la domenica. Come potrebbe funzionare?"

 La sua opinione e' che la citta' collasserebbe se la gente iniziasse a rispettare le regole della strada. In effetti nel centro le strade sono ancora strette e trafficatissime. Non esiste la metropolitana. I pochissimi semafori che ho visto, nel centro, avevano un display con dei numeri. Era un conto alla rovescia per i verde. Le moto allineate sulla linea bianca del segnale di stop sembravano davvero sulla linea di partenza di un circuito: ogni pilota teneva gli occhi fissi sul detto display, e smaniava tenendo la mano sull'acceleratore.

 Qualche volta ho preso un mototaxi, per spostarmi. Illegale, ovviamente: gente che aspetta per strada a cavalcioni di uno scooter, con due caschi in mano. Ti guardano e mostrano un casco. Vuoi salire?

 (Da quel che mi hanno riferito, i caschi sono obbligatori da poco; tutti li indossano, adesso, per paura delle multe, ma prima non li usava nessuno. Ora gli unici a non  portare il casco sono i turisti occidentali che affittano le motorbikes. Siamo ricchi e privilegiati. Si'.)

 Ricordo la mia prima corsa, dalla zona di Ho Tay al quartiere vecchio. Contratto il prezzo del percorso con il primo mototaxi che trovo. La scena per contrattare il la cifra mi ricorda Full Metal Jacket: ogni volta la stessa storia. Lui mostra un numero con le dita: sono le migliaia di Dong che costa il tragitto. Tu ne dici un altro. Lui insiste, tu insisti. Lui insiste ancora, fa finta di incazzarsi, ti guarda come se lo stessi prendendo per il culo. Allora tu gli dici di no, ti giri e te ne vai. Dopo che gli hai voltato le spalle lui ti richiama, e ti propone un prezzo ragionevole, a meta' tra la sua offerta e la tua.
 Per chi lo ha visto, era cosi' che funzionava esattamente in Full Metal Jacket quando i soldati contrattavano per pagare le baldracche (Quindici dolla! Quindici dolla tutti? No, quindici dolla uno! Cinque dolla uno! ~e cosi' via). Salgo. Il vietnamita mi porge quello che dovrebbe essere il mio casco. Trattasi di un vecchio elmetto militare pieno di graffi ed ammaccature. Preferisco credere che siano segni della guerra e non delle cadute in moto.

 La motorbike parte. Subito supera un autobus sulla destra, rischiando di travolgere una vecchia che si accingeva ad attraversare la strada. Suona prima di ogni incrocio. Il traffico e' tutto intorno e l'aria fredda del mattino mi tiene ben sveglio. O forse sono cosi' sveglio a causa dell'adrenalina? So solo che sono in mezzo al traffico pazzo di Hanoi con un vecchio elmetto militare sulla testa. L'istinto e' di stendere il braccio, bello teso, in direzione dell'Italia, e mostrare il dito. Ma preferisco tenere la mano ben salda sullo scooter, io sono uno prudente. Mi viene da ridere ma mi trattengo: non si sa mai che il vietnamita mi prenda per pazzo.

 Attraversare la strada, a piedi, spesso e' un incubo. Ho utilizzato la stessa tecnica che uso a Roma: cerca un contatto visivo. Avanzi lentamente e guardi negli occhi quelli che ti stanno venendo addosso, cosi' ti eviteranno. All'inizio ho quasi avuto paura: per me e' inusuale trovarmi fermo in mezzo ad una strada, immobile, mentre le moto ti passano davanti e dietro suonando il clacson. C'e' da dire che dopo qualche giorno ci si fa l'abitudine.

 Camminare e' un percorso a ostacoli: anche in pieno centro spesso le strade sono dissestate o bloccate dalle buche dei lavori in corso; il pave' dei marciapiedi (quando ci sono) e' malmesso. Inoltre i vietnamiti vivono realmente sulla strada, come se gli edifici non potessero contenerli: le attivita' commerciali si riversano all'esterno, il contatto tra le persone e' costante. Le palazzine hanno una foggia particolare, stretta e alta.

 

 

 

 

Nelle zone commerciali, ovviamente, tutto e' piu' occidentalizzato e persino le costruzioni sono diverse, piu' simili alle nostre e piu' globalizzate. Ma altrove, ad esempio nel quartiere vecchio o nella periferia nord, la citta' e differente. Alcuni edifici sono gradevoli da vedere: dipinti di fresco con colori accesi, i fiori sui balconi, i vetri puliti. Si tratta di edifici governativi, alberghi o case di ricchi. Ma sono rari. Generalmente, gli edifici tenuti meglio hanno per lo meno bisogno di una riverniciata. Quelli messi peggio, invece, quando li vedi ti chiedi come facciano a stare in piedi coi muri completamente scrostati, il cartone o la plastica appiccicati con lo scotch per tappare i buchi nei vetri, i porticati sudici precari ricavati incastrando lamiere e pezzi di legno.

 Eppure questi posti sono vivi. Nonostante la poverta' e la sporcizia, questi posti sono riusciti a risultarmi accoglienti. Forse per i sorrisi sinceri delle persone; forse per il loro atteggiamento, sereno di fronte alle tante avversita'. In ogni caso, non pensavo di potermi trovare tanto a mio agio in un posto del genere.

 Lo so, sono uno straniero. Lo so che per me e' facile sentirmi a mio agio, perche' quella non e' la realta' in cui sono costretto a vivere; lo so che se vado a visitare questi posti ci vado di mia sponte; ma non per questo tutto quel che percepisco e' fasullo. Anzi, in quanto straniero probabilmente riesco a cogliere qualcosa che loro non percepiscono, particolari che gli esseri umani perdono nella ripetizione di giorni e poi danno per scontati.

 La gente di Hanoi e' chiassosa e quasi felice. I bambini mi hanno sempre salutato (Hello!) e sorriso. Ho ricambiato con piacere i loro sorrisi e li ho osservati saltellare via tra i gas di scarico, le ombre e le gambe dei passanti. Ho condiviso il loro cibo, servito da mani sporche in tazze sporche. Ho riso con loro, ogni tanto. Ho vissuto.
 

(seguiranno altre NordViet Notes...)

 

 [Foto CC by Sally Anderson and mckaysavage]

 

 

 

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