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17/12/2006

un’applicazione insolita per gli esercizi di Bach

La donna entrò trafelata nella grande sala. Era accaldata, i capelli scomposti. Dimostrava una cinquantina d’anni, scarna, col naso a punta, le orecchie piccole e sottili. Non era mai entrata in quella sala senza essere perfettamente pettinata. Indossava una camicetta bianca e un gonna lunga, grigia, piena di pieghe. La collana di perle, durante la corsa, le si era spostata sul petto, e –inaudito!- finiva per sottolineare rotondità del suo seno. Spalancò con forza le ante della porta. Legno di rovere massiccio, troppo pesante per lei (prima d’allora c’era sempre stato un usciere ad aprirgliele).
La musica di un pianoforte riempiva la sala, quella stessa musica che s’interruppe quando la porta si aprì. La donna vide il parquet brillante, la biblioteca antica, le piante di ficus e il pianoforte a coda -un Kawai degli anni sessanta. La parete di fronte a lei era occupata quasi per intero da una grande vetrata che dava sulla tenuta attorno alla villa. Molto lontano si intuivano i bagliori della città in fiamme. Un uomo in giacca e cravatta, molto elegante, sedeva su uno sgabello in pelle di fronte agli 88 tasti del Kawai. Smise di suonare quando sentì la porta che si apriva, guardò la donna per un secondo e poi, senza scomporsi, riprese a suonare. Bach, esercizi per l’indipendenza della mani.
La donna aprì la bocca per parlare, poi la richiuse, rimase in silenzio. Bach riempiva tutta la stanza, forte, deciso –unico dei pochi a dare agli esercizi per l’indipendenza delle mani un velo di artisticità genuina, di musica sentita e vera. L’uomo sentiva i tasti scivolargli sotto le dita come raramente gli era successo prima, e quasi piangeva per il trasporto e la poesia delle note. C’era in quella gioia anche una punta di rammarico, il rammarico che quella musica non durasse in eterno, il rammarico di non poterla suonare di fronte a un grande pubblico, in un teatro, e di essere apprezzato e applaudito. Perfino l’amarezza e l’insoddisfazione, però, diventavano cosa dolce e davano corpo alla musica, sciogliendosi nella melodia. Il pianista, il signor Alberìci, si compiaceva a pensare: “L’arte ha questa forza: di trasformare tutto, di mangiarsi ogni emozione e trasformarla in qualcosa di positivo, di assoluto… il dolore diventa bello quando è arte, la tristezza diventa dolce quando è arte… chissà cos'avrebbe suonato Bach se avesse scoperto il blues…”
Intanto le sue mani andavano su e giù per i tasti e sentiva che qualcosa prendeva vita nell’aria, qualcosa che sarebbe svanito in nulla appena lui avesse smesso di suonare.
La donna gli andò incontro sforzandosi di camminare lentamente. Si fermò dietro lo sgabello con le lacrime agli occhi e gli posò una mano sulla sua spalla. Vide un paio di bottiglie di vodka per terra, sul parquet, accanto al signor Alberìci, e un bicchiere vuoto sopra al pianoforte. L’uomo non si curò di lei, né della sua mano sulla spalla. Continuò a suonare finché la donna disse:
“Signor Alberìci! Signor Alberìci!”
Allora Alberìci alzò le dita dalla tastiera, con rammarico, uccidendo la sua creatura fatta d’aria e di note. Si voltò verso di lei.
“Cosa vuoi, Maddalena?”
“Ma come, Signor Alberìci…” disse lei, piangendo “Dobbiamo andarcene… dobbiamo andar via!”
“Andar via?” chiese lui “E perché?”
Il suo fiato puzzava d’alcol.
“Ma come…” Maddalena sembrò spaesata “Perché? Ma non lo sa?”
“Sì che lo so.”
“Verranno, qui, verranno su…”
“Non preoccuparti, cara.” disse lui, e raccolse la bottiglia di vodka. “Ne vuoi un po’?”
La donna continuò a piangere e prese a tirarlo per la giacca, come perché si alzasse.
"Andiamocene..."
“Calmati, Maddalena, ormai non c’è più niente da fare.”
“Andiamo! Andiamo via!”
“Temo che sia inutile, Maddalena.”
“Ma la televisione dice che ci sarà un attacco, dobbiamo andarcene! Ho chiamato al posto di guardia, non risponde nessuno…”
“Lo so, Maddalena, lo so. So anche qualcosa che tu ancora non sai. Fidati. Qualcosa che mi fa dedurre che la nostra fuga è inutile. Non impossibile, faccio notare, ma inutile.”
“Stanno arrivando fin qui!”
“Sì.”
“Vogliono prendersi la villa, e ucciderci!”
“Certamente, Maddalena, loro vogliono questo. Ma adesso calmati e la smettila di piangere.”
“Signor Alberìci…”
Maddalena si sentì mancare, e si sedette sul pavimento, distrutta. Alberìci la guardò con un misto di pena e affetto, e disse:
“Non c’è niente che possiamo fare, davvero. Per questo sono qui a suonare Bach. Se avessi iniziato a suonare il pianoforte da bambino, adesso chissà quanto sarei bravo... e suonerei Bach vero, Bach musicista, non i suoi esercizi per l'indipendenza delle mani. Ma, come anche tu comprendi, suono solo da pochi anni e il massimo che posso concedermi è: Bach, esercizio per l’indipendenza delle mani.”
La donna cadde in ginocchio sul parquet, disperata e senza forze, e continuò a piangere. Alberìci sospirò, prese la vodka e la versò nel bicchiere, riempiendolo quasi fino all’orlo. Si alzò e si chinò vicino a Maddalena, accarezzandole la testa con una mano mentre le porgeva il bicchiere con l’altra.
“Su, su, bevi.”
“Oh… io…”
“Ti schiarirà le idee. Bevi.”
Maddalena bevve un sorso, poi un altro e poi un terzo, più lungo. Sembrò calmarsi. Alberìci si sedette per terra, e sentì il parquet gelido sotto le gambe. L’impianto di riscaldamento aveva smesso di funzionare da almeno un giorno e mezzo. Da due non erogavano più corrente elettrica.
“Dovevamo fuggire ieri…” disse Maddalena tra le lacrime, ma già la sua disperazione nera stava scemando in rassegnazione.
“Se fossimo scappati ieri, la nostra contraerea ci avrebbe abbattuto. Lo sai anche tu che è vietato decollare senza permessi.”
“Sì, ha ragione… ma potevamo scappare in macchina! Ormai sono l’unica che le sia rimasta fedele… a parte qualcuna delle guardie.”
“Le guardie hanno tradito, e quelle che non hanno tradito credo che ormai siano morte.”
“Il citofono del posto di guardia…”
“Tu stessa hai detto che nessuno risponde al posto di guardia. Credo siano stati tutti trucidati.”
“Verranno a prenderci…”
Alberìci annuì gravemente e bevve altra vodka.
“Se sono venuti a piedi, come mi aspetto, dovranno attraversare tutta la tenuta, e avranno qualche problema con le barriere di filo spinato. Potrebbe esserci ancora qualcuno dei nostri -gli ultimi- appostati dentro i nidi per le mitragliatrici.”
“Potranno…?”
“No, non credo. Basta un mortaio per tirarle giù, e loro hanno sicuramente un mortaio o un lanciamissili. Al massimo le mitragliatrici li rallenteranno di un po'... ma, tengo a ribadire, io ho delle informazioni. Queste informazioni mi dicono che è tutto inutile. Assolutamente inutile. Non c'è via di fuga.”
“Ma loro non hanno dei mortai... hanno spranghe, bastoni…”
“Sì, hanno spranghe e bastoni, ma non solo. Hanno preso le armi ai nostri.”
“La televisione ha detto che hanno preso anche le postazioni missilistiche..."
“Ragione in più per non poter scappare in aereo.”
“Ma perché ieri non siamo scappati? Perché? Potevamo prendere un’auto blindata?"
“Ci ho pensato, Maddalena. Ci ho pensato, lo giuro. Non potevamo farcela. Avevano circondato la villa.”
“E a piedi?”
“Se anche fossimo scappati a piedi, oggi non saremmo abbastanza lontani dalla città.”
“Abbastanza lontani… per cosa?”
“Ti ho detto che ho delle informazioni riservate… fidati, insomma! Non sarebbe servito a niente.”
Indicò la vetrata col dito.
In lontananza, fra dolci colline ingiallite dall’autunno, si poteva vedere la città. Il cielo era scuro, annerito dal fumo degli edifici in fiamme. Interi grattacieli erano crollati, le caserme sotto assedio. La guerra civile era entrata nella sua fase più cruenta. C'erano cadaveri ammucchiati agli angoli delle strade, esecuzioni sommarie, saccheggi. Anche i campi attorno erano puntellati di incendi e roghi.
Maddalena disse:
“Potremmo... potremmo provare a trattare.”
“Con loro? No. Per loro siamo nemici. C’è da dirlo, hanno le loro ragioni per odiarci. Non possiamo parlare con loro: ci uccideranno senza nemmeno un processo.”
“Ma ci sarà pure un modo per fuggire! Almeno tentiamo!”
“Maddalena, ti dico che non c’è nessun modo per fuggire, nemmeno tentando. Devi credermi, e non è dei ribelli che ho paura.”
“E cosa sa allora, signor Alberìci, che non vuole dirmi?”
Alberìci bevve altra vodka, strinse le spalle di Maddalena e la guardò negli occhi:
“Diamoci del tu, adesso, Maddalena.”
“Adesso? Adesso che è finita?”
“Meglio darsi del tu una volta che non darselo mai, no?”
“Sei stato sempre così… bello." quasi le veniva da ridere a dargli del tu "Molto più bello di tuo padre.”
“E tu sei stata la migliore segretaria che abbia mai avuto, anzi, la migliore che si possa desiderare.”
Si diedero un lungo bacio sulle labbra, poi sentirono una detonazione lontana.
Maddalena guardò verso la porta, allarmata.
“Sono loro?” chiese “Sono venuti per ammazzarci?"
“No,” rispose Alberìci "non sono loro." Era calmo.
"E allora cos'è stato?"
"Guarda fuori."
Maddalena guardò la vetrata e si portò una mano alla bocca. Vide la città, il fumo degli incendi, le case in fiamme. Tutto era illuminato da una nuova, grande luce, un secondo sole. Presto un enorme fungo sarebbe apparso a coprire il cielo.
Alberìci disse, col suo tono tranquillo e la soddisfazione di chi dimostra di aver ragione:
“Allora, hai capito perché ti avevo detto di non preoccuparti?”
Si sedette allo sgabello e riprese a suonare Bach. Maddalena rimase seduta a terra, con le gambe molli. Presto l’impatto e il calore avrebbero vaporizzato la città, la villa, i ribelli, lei, Alberìci e la musica che usciva dagli 88 tasti del Kawai d’epoca.

 

 

 

Pubblicato online presso:
http://www.kultvirtualpress.com/


Pubblicato in cartaceo presso:
Ultima notte di veglia, antologia, ISBN 88-901724-4-4

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